Leonessa

Descrizione

Descrizione

Leonessa è adagiata sull’orlo meridionale di un altopiano appenninico della superficie di circa 50 kmq., a 974 metri di altitudine. Un profondo sperone, terminante con il monte TOLENTINO (m. 1572), irrompe da nord come un rostro a dividere l’altipiano in due plaghe ben distinte: l’una, quella occidentale, più ampia ed omogenea, l’altra, quella orientale, più stretta ed accidentata.

Tutt’intorno s’erge una catena di belle montagne, giganti pieghe sinclinali d’età mesozoica con rovesciamenti di masse ben visibili, che raggiungono le massime altezze nel massiccio del TERMINILLO, disposto ad anfiteatro a ridosso della città, con i due corni del monte Terminillo (m.2216) e del monte CAMBIO (m. 2081). Altre vette paesaggistiche degne di rilievo sono: ad ovest, quelle del monte TILIA (m. 1775) e del monte CORNO (m. 1735); a sud quelle del monte CATABIO (m. 1731), di COLLE PRATO PECORARO (m. 1817) e del monte LA CROCE (m. 1626), così chiamato dalla croce che il Santo di Leonessa vi innalzò nel secolo XVI e sul quale i leonessani hanno poi costruito un piccolo santuario alpestre; ad est, quella del monte BORAGINE (m.1829); a sud, quella del monte ASPRA (m.1652) e del monte LA PELOSA (m.1635).

La costituzione geologica del territorio, che presenta una aspetto prettamente umbro-sabina, è di notevole interesse, con documentazioni ben visibili che vanno dalle dolomie e dai calcari dolomitici del Lias inferiore (i compatti calcari dolomitici bianchi stratificati del gruppo del Terminillo e del Tolentino), al “rosso ammonitico” del Lias superiore (caratteristica del versante orientali del monte Tolentino, dei dintorni d’Ocre e del primo tratto della gola di VALLONINA , ove sono presenti calcari nodulosi, marni e scisti argillosi, generalmente rossi e anche grigi e giallastri, ricchi di ammoniti), alla “majolica” del Cretaceo inferiore (un calcare bianco compatto, ben stratificato, che dà il nome a tutta una zona compresa tra il monte Terminillo e il monte Cambio), alla “scaglia rossa” del Cretaceo superiore (e cioè calcari marnosi rossi, che danno origine alla caratteristica “pietra rossa” dei monumenti leonessani, consistenti in lenti di conglomerato rosso a cogoli bianchi, presente soprattutto nella zona di Vallonina). Assai interessanti, parimenti, le testimonianze del quaternario: nel triangolo compreso tra Volciano-Vallimpuni-Casanova, ad est di Leonessa, sono presenti tufi vulcanici del Pleistocene, collegati da depositi di conglomerati marne argille, con banchi di lignite alla base e testimonianze di ELEPHAS MERIDIONALIS del periodo villafranchiano. La zona si pone allo sbocco del secondo bacino lacustre, quello di Chiavano, tuttora interressato da un paesaggio di marcita servito da un emissario, il fosso Vetecone, che, dopo Vallunga, confluisce col Tascino-Corno. Analoga situazione si ritrova allo sbocco del secondo bacino lacustre, quello di Ruscio, i cui depositi ligniferi pliopleistocenici, di natura torbo-xiloide (anche qui sono presenti fossili di Elephas meridionalis), sono stati ampiamente sfruttati nel periodo fino al termine della seconda guerra mondiale.

Tutto il vasto altopiano leonessano, comprensivo delle due plaghe orientale ed occidentale, fu interessato dalle glaciazioni del quaternario, sino alle ultime del Wurmiano: ne sono chiara testimonianza i supersiti circhi glaciali del massiccio del Terminillo Le glaciazioni procurarono l’assestamento del rilievo e trasportarono a valle cospicui depositi alluvionali: si vedano le caratteristiche conoidi di Casanova e di Vallefana. Dalle alluvioni ebbe origine, come in tutto l’arco appenninico, un grosso bacino lacustre esteso per tutto l’altopiano, coevo ai laghi umbri Tiberino ed Eugubino, ma rimasto sempre isolato.

A queste più antiche alluvioni si sono aggiunti, alle pendici delle catene montuose, particolarmente nei versanti esposti a nord, tra Piedelpoggio e Posta, detriti di falda e coni di deiezione recenti.

Le sorgenti sono numerose ed abbondanti, ma non riescono ad alimentare in maniera sufficiente i corsi d’acqua: quello del Fuscello e quello, assai più importante, del Tascino-Corno. Quest’ultimo, che nasce alle falde del Terminillo, taglia a metà tutto l’altopiano in direzione sud-nord, causando nel terreno alluvionale un enorme squarcio della larghezza di 300 metri e di altezza variabile ma sufficiente a mettere in evidenza i terrazzamenti delle antiche alluvioni. Apertosi un varco tra gli strati inclinati del Giurassico nei pressi di Monteleone, Il Corno si immette nella gola di Cascia per congiungersi dapprima con il Sordo-Torbidone, proveniente dalla conca di Norcia,quindi, a Triponzo, col Nera, proveniente dalla conca vissana.E’ un corso d’acqua a prevalente regime torrentizio e ad alimentazione nivale, che scorre in un letto che risente di fenomeni carsici: l’acqua, che pure giunge regolare dalle sorgenti di Vallonina e del Rio Fuggio, non corre in superficie, ma viene assorbita dal terreno assai permeabile per ricomparire all’altezza di Ruscio; il fenomeno si aggravò ancor più dopo il terremoto del 1703. L’altopiano ha condizioni ambientali ideali per un ripos del corpo e dello spirito: clima freddo asciutto d’inverno, con abbondanti innevazioni sulle montagne dai 1300 m in su, e con punte che solitamente non vanno oltre i -17°; clima mediamente caldo nei mesi estivi, mitigato dalla ricca vegetazione arborea e dalle brezze di monte e di valle.

Le montagne presentano, ai fini escursionistici, notevole sicurezza: non esistono fenomeni gravi di dissesto, e le stesse valanghe, conosciute con nome di “gravare”, sono solamente ricordi storici del tutto eccezionali. Vario il paesaggio: dagli speroni rocciosi del Terminillo e del Catabio, alle valli ricchissime di folte faggete lunog la gola di Vallonina, con ampie radure per il pascolo di branchi in libertà.

Zone di particolare interesse paesaggistico, adatte per campeggi, dono la gola di Vallonina- Valle della Meta, lungo la quale si snoda la strada che sale sino a Sella di Leonessa (m. 1901); la valle del Fuscello, che immette nella pianura reatina; i prati di S. Vito (m. 1080), nella catena montuosa a oriente dell’altopiano, poco oltre la frazione omonima.

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